Shopping Compulsivo o Shopping “Riparativo”?

Foto di auro

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Comprarsi qualcosa di nuovo in un momento di tristezza è un gesto consolatorio che probabilmente tutti hanno fatto qualche volta nella vita. Ma quando gli acquisti sono troppi, ripetuti, inutili, sproporzionati al budget, e inconsapevoli, ecco che lo shopping diventa un problema

“A purchase a day gets the pressure away”: un acquisto al giorno abbassa la pressione… Solo gli americani potevano coniare un tale proverbio!
Gli Usa sono probabilmente la patria dello shopping compulsivo, tanto che alcuni istituti di credito americani pensano di promuovere dei gruppi di sostegno, simili a quelli degli Alcolisti Anonimi, per la cura di questo disturbo. Pare infatti che i cittadini USA non riescano a trattenersi con la carta di credito, spendendo più di quanto il loro conto in banca permetterebbe…

Gli italiani sembrano più prudenti, eppure la mania di quella che è stata ironicamente ribattezzata “shopping therapy“, l’arte di consolarsi con gli acquisti, è ben conosciuta anche da noi.

E infatti regalarsi qualcosa quando si è giù è molte volte un’ottima strategia. “E’ lo ‘shopping riparativo‘: siamo consapevoli di un malessere o di un senso di vuoto, e cerchiamo una riparazione in un oggetto esterno” spiega Claudia Zanardi, psicanalista a Milano e docente di Psicologia Clinica all’Università di New York.
Funziona, entro certi limiti, soprattutto se non ci affidiamo esclusivamente agli acquisti per ritrovare l’equilibrio.

Una fuga da se stessi

“Quello che è invece più preoccupante è quando si cercano la leggerezza e il buonumore del consumismo per sfuggire a un senso di depressione e di caos che non viene neppure riconosciuto. E’ lo ‘shopping sostitutivo‘: non c’è la consapevolezza di un vuoto, ma una vera e propria fuga dalla realtà interna. Dentro queste persone agisce un senso di perdita primaria, è in opera la ricerca di un primo oggetto d’amore perduto (la madre, o la persona più vicina nell’infanzia) che è incessante, perché l’oggetto comprato non è mai quello che si voleva veramente…” commenta Zanardi. Ecco perché, nello shopping di questo tipo, tante volte ci si rivolge ai bei vestiti, dalle stoffe delicate: come se stringendo sete e cotoni si ritrovasse la sensazione della pelle materna…

“Lo shopping compulsivo, provocato da un’ansia inconsapevole che minaccia il senso di identità, si può rivolgere a oggetti diversi” sottolinea Anna Finocchietti, psicoterapeuta fiorentina. “Vi sono persone concentrate sulla necessità di apparire, che acquistano abiti, profumi, trucchi, gioielli. Altre che trovano un’identità proprio nel fatto stesso di possedere, e possono accumulare qualsiasi cosa” .

Accorgersi quando si esagera

In questa valanga di acquisti inutili, qualche volta arrivano i sensi di colpa: “Essi segnalano però già una connessione con la realtà psichica interna: sono insomma un buon segnale” commenta Zanardi, che ricorda come lo shopping compulsivo possa comunque essere superato, mediante una buona esperienza di
psicanalisi o psicoterapia, e perfino a volte con qualche fortunata esperienza di vita, come una relazione affettiva o di amicizia che sia tanto profonda da innescare una vera trasformazione psichica.

La colpa tormenta invece, pesantemente, quelle persone che controllano minuziosamente quello che comprano. “Accade che, evitando di concedersi per scelta, ogni tanto, il piacere di un acquisto frivolo o superficiale, queste persone siano a volte sopraffatte da una sorta di raptus, di impulso coercitivo alla spesa: e tornando a casa cariche di oggetti inutili, siano piene di rabbia con se stesse” conclude Finocchietti.

Fuggire totalmente dal consumismo, insomma, è un estremismo che non funziona: lo shopping, come molti altri piaceri, perdona solo se inteso in senso epicureo: e cioè equilibrato, e moderato

Articolo apparso su D, La Repubblica delle Donne

P.S. Mi interessa la tua esperienza! A te è mai capitato di consolarti facendo acquisti? O è una tua abitudine?


3 thoughts on “Shopping Compulsivo o Shopping “Riparativo”?

  1. Il nodo cruciale sta nel far dipendere il senso di identità da oggetti esterni: nel dubbio di essere persone che hanno qualità tali da potersi stimare i fautori della shopping therapy (il nome già dice tutto) sentono di dover possedere “cose” per assumere qualità. A ogni acquisto compulsivo ricevono la conferma di non farcela da sole…

  2. Sì, Cecilia. C’è il gruppo che condudo io, “Ama te stessa e vivi relazioni felici”, il lunedì dalle 19 alle 20.20, non è caro ma ma non è gratuito (80 euro al mese, la prima volta però puoi venire e provare gratuitamente). Se no, so che ci sono dei gruppi CODA autogestiti e gratuiti: http://www.codipendenti-anonimi.it/. Un abbraccio

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